:: La Storia


storia di Vallimpuni raccontata da Nardino Cesaretti (CE.NA.)

 


:: Lu lenece

  Lu Lenece

        Per dare a tutti coloro che non sono cresciuti nell’altipiano di Leonessa nella prima metà del 1900 una visione più prossima alla realtà di quanto in argomento, è necessario precisare almeno 3 aspetti essenziali del vivere quotidiano di allora nelle frazioni (le ville) del comune di Leonessa.

In modo estremamente sintetico si può affermare che:

 1-       Non esistevano significanti porzioni di latifondismo e, chi più chi meno,    tutti  possedevano alcuni appezzamenti di terreno seminativo e di bosco ceduo (le macchi) che rappresentavano la base per procacciare, insieme agli animali da cortile e da stalla, tutto quanto necessario al sostentamento della famiglia.

2-       In ogni frazione anche chi si dedicava al piccolo commercio conducendo osterie, sali e tabacchi, trattorie ed empori, e chi praticava  l’artigianato come scarpari, falegnami, muratori, fabbriferrai, carbonari e taglialegna), suddivideva questa attività primaria con quella della coltivazione della terra.

3-       La forte versatilità domestica e contadina delle donne, inoltre, permetteva anche di attuare una    possibile seconda entrata nel paniere famigliare; gli uomini infatti andavano a fare la stagione fuori (o come pastori in campagna romana, o come conduttori di impianti di        riscaldamento a  carbone a Roma o a fare i camerieri e i cuochi presso famiglie nobili o all’interno di grossi ristoranti).

Questi tre aspetti sono fondamentali per capire come in tutte le famiglie era possibile garantirsi un vivere dignitoso seppur basato su una economia molto povera . Economia povera che poi negli anni successivi diventerà il motivo principale per cui intere generazioni di Leonessani sono dovuti emigrare lasciando abbandonati quei terreni e quelle macchi e diventando immediatamente dopo degli inguaribili nostalgici.

Fatto questo inciso iniziale va raccontato come il vivere quotidiano fosse permeato con ripetitivi lavori e gesti , mutabili solo con le stagioni, che come un tam-tam segnavano la giornata dall’alba al tramonto

Così gli uomini cacciavanu le vacchi e le pecore, aravanu, somentavanu, erpiciavanu, fargiavanu, careggiavanu, battiano la fargi e lu siricchiu, annavanu a mete, trebbiavanuo, svecciavanu lo granu, annavanu pe soma co la somara, segavano li tavuluni co lu segone, faciano la mestecanza su la cascina, governavanu e mognevanu le bestie, sgamollavanu li cerri, facianu le fascine pe le pecore,carosavanu le pecore, cacciavano lo stabbiu,  se fumavano la sigaretta fatta co la cartina, annavanu all’osteria, diciamu qualche biastima , se facianu miezzu litru e na partita a carti e a morra.

In modo completamente diverso le donne ritmavano la loro faticosa giornata e appena alzate appicciavanu lu focu, preparavano la colazione pe li cristiani e la lavatura pe li porchi, cacciavanu le galline e li tacchini, mittianu lu lievitu, ammassavanu lo pane, appicciavanu lu furnu, facianu lo pane, preparavanu a pranzu e lu portavano a lu maritu là pe li campi ,zappavanu l’orto,facianu lo caciu,  portavanuo pe collu li fiji picculi, facianu la carzetta, mittianu le pezze a li pantaloni e le giacchette, reportavanu le lenzola de lo fienu e de la pajia su lu finestrone de la cascina,  occavanu lo granu, remmucchiavanu le petate e lo granturco, passavano la farina co lu sodacciu, capavanu la lenticchia li cici e li facioli su lu capistiru,mittianu la biocca,facianu la ‘ntrisa co la simmula pe le galline,  dicianu le preghiere e le geculatorie,  se reaggiustavanu lu fazzulittu n’capu, jianu a pijà l’acqua co la conca e la reportavanu n’capu co lu trocchiu,lavavanu li panni là li lavaturi.  

Si potrebbe continuare all’infinito per enunciare le tante, tantissime  attività del vivere quotidiano con l’effetto di  evidenziare ancora di più come  fosse profondamente diverso contenuto del  vivere quotidiano degli uomini rispetto a quello delle donne. E quì è giusto accennare a    come la donna fosse schiava e al tempo stesso umiliata da un vivere fatto di quotidiana fatica spesso appesantita dall’ignoranza e la dominanza storica e maschilista degli uomini.

Si può affermare che competeva alle donne quindi tutto ciò che riguardava i lavori dentro la casa, nell’orto e nel cortile dove razzolavano le galline, gironzolavano il cane e il gatto e crescevano i figli.

Ed era nel cortile che immancabilmente ogni mattina le donne attentavanu le galline pe vedè quante ne fedavanu.  Questo attentà era l’unico modo per controllare se qualche gallina andava a fedare fuori dal pollaio (lu padullu). In altre parole le donne effettuavano un tasto con il dito nel sedere delle galline per verificare con il tatto la presenza o meno dell’uovo pronto per essere fedato nella giornata. Così alla sera il numero delle uova raccolte da lu padullu doveva corrispondere alla quantità delle verifiche positive ispezionate la mattina. Altrimenti o quarcunu se fregava l’ova là lu padullu o qualche gallina fedaiola se ne annava a fedà sotto a qualche macchione o in qualche cascina.

E se le galline non fedavanu più ne lu padullu,  …… putia dipende o da li pidocchi pulini o da la mancanza de lu Lenece.

Tanti si domanderanno che cosa sia lu Lenece e allora va spiegato che lu Lenece era un sasso liscio della dimensione e forma di un uovo che veniva deposto dalla massaia dentro il nido di paglia nel pollaio dove le galline deponevano le uova. La presenza de lu Lenece stimolava la gallina ad accovacciarsi proprio lì per deporre il suo uovo fresco vicino a quello finto che restava lì per stagioni intere e che mai si sarebbe rotto.

CE.NA

 

Targa piazza degli Eroi.

Chiesa di Santa Margherita

Affresco della Madonna delle Grazie.

Simbolo di Vallumpuni.

zoom in

 

 


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